La via era difficile. Lo stile di arrampicata era diverso da quello a cui siamo abituati e, per quanto mi fossi allenata nei mesi precedenti a scalare in fessura, era comunque tutto nuovo, tecnico ed esigente.
L’ambiente, però, era straordinario. La roccia meravigliosa e, quasi miracolosamente, non abbiamo incontrato quasi nessuno lungo il nostro percorso.
Ci sono momenti che non dimenticherò mai: i camini ostici, le fessure da sogno, le cenge sospese. Le cene liofilizzate, la prima volta con il nostro “poop tube” artigianale, il canadese incontrato lungo la via mentre provava la salita in solitaria, i sacconi che si incastravano e le imprecazioni che ne seguivano.
E poi l’altalena sospesa dopo l’Enduro Corner. Le incitazioni di Andre mentre lottavo nelle offwidth. L’ultima minuscola cengia da bivacco, su cui abbiamo dormito seduti, stretti l’uno all’altra, con il vuoto sotto di noi.
Ma soprattutto non dimenticherò la complicità e il sostegno reciproco tra me e Andre. Quando uno dei due era stanco, l’altro lo capiva subito e, in qualche modo, diventava forte per entrambi.
Il ricordo più bello resta il momento in cui siamo usciti in vetta e abbiamo visto il famosissimo alberello sulla cima di El Capitan, quello che fino ad allora avevamo visto solo nei video.
Abbiamo urlato e pianto di gioia con tutte le energie che ci erano rimaste. Abbiamo passato l’ultima sera e l’ultima notte in cima, a festeggiare come se fossimo in Paradiso, a ripeterci che, anche se quella via è stata ripetuta da molti, anche in libera e in poco tempo, anche noi, dopotutto, eravamo stati bravi.
Ridendo e scherzando, ancora ignari dell’interminabile discesa che ci aspettava, pregustavamo tutti i piccoli piaceri della vita di cui ci saremmo goduti l’ultimo giorno nel parco: una doccia, una bistecca, una passeggiata, un bagno al lago. Ci sembrava il massimo del lusso.
E, tutto sommato, quei piccoli piaceri sono gli stessi che desidero anche adesso, dalla mia posizione temporaneamente immobile sul divano: una passeggiata fatta con le mie gambe, un gelato in una gelateria raggiunta in autonomia, un bagno al lago.
La vita, in questi ultimi anni, mi ha insegnato a ridimensionare tutto. A essere malleabile, resiliente, capace di riadattarmi alle situazioni e agli imprevisti.
Un giorno sogni El Capitan, il giorno dopo sogni di poter andare dal divano alla cucina da sola. Ogni sogno è valido, vivido e merita determinazione.
Grazie Andre, non avrei voluto nessun altro al mio fianco in questa avventura.