Lampi lontani alleviano l’oscurità. È normale, su montagne così alte e isolate, vedere
temporali distanti, ma fa crescere un po’ la tensione. D’altronde, è appena cominciata la
stagione degli uragani. Accelero un po’ il passo e mi ritrovo in vetta prima del dovuto: è ancora notte. Sono sul punto più alto del Messico, a 5636 metri, il Citlaltépetl, la montagna delle stelle nella lingua degli Aztechi. Cerco di alleviare la solitudine pensando che magari sarebbe arrivato qualcun altro. Provo a guardare verso il versante opposto, verso i pendii della via normale, magari qualche frontale, e invece niente. Nessuno dei numerosi statunitensi che vengono qua ad acclimatarsi prima di conquistare vette più alte. Mille metri più in basso, la piccola luce del Grande Telescopio Millimetrico, impegnato a fare foto di buchi neri, vecchie ancora prima di essere scattate. Passo più di un’ora camminando avanti e indietro sul cratere, con la paura che le raffiche di vento mi facciano scivolare in quel posto infernale che lentamente si tinge di mille colori. Finalmente arriva il sole e l’ombra del vulcano, perfettamente triangolare, si allunga in un attimo sull’altipiano. Mi scaldo mentre scendo verso il rifugio dove mi aspetta Frida. Dalla gioia che provo nel rivedere un altro essere umano, forse la luna che cercavo in cielo non era nella mia tasca; forse, sulla luna, ci sono stato davvero. Ci abbracciamo.
Frida è una mia grande amica e la ragione per cui ho attraversato l’Oceano. Ci siamo
conosciuti in Italia, dove ha finito architettura e dove ha lavorato per un po’ di anni prima di decidere di tornare a Xalapa, la città dov’è cresciuta, nello stato di Veracruz, famosa per aver dato il nome a un particolare tipo di peperoncini inscatolati e venduti sottaceto, gli jalapeños. È stato l’amore di Frida verso la sua terra e i suoi abitanti ad incuriosirmi: un
amore non facile da comprendere, perché il Messico, dietro paesaggi splendidi, nasconde anche una violenza estrema.
I messicani hanno paura ad andare in giro da soli perché, letteralmente, scompaiono. Dal 2006, quando il presidente Felipe Calderón ha fatto scendere in campo l’esercito contro i cartelli della droga, sono scomparse più di 128.000 persone, di cui 14.000—pressapoco gli abitanti del mio paese sul Lago Maggiore— solamente nel 2025. Secondo la scrittrice Cristina Rivera Garza, il nome di "Guerra alla droga" è fuorviante: la violenza nasce da decenni di erosione dei diritti di chi lavora e di chi coltiva la terra. Si dovrebbe chiamare “la guerra contro gli abitanti del Messico, la guerra contro le donne, la guerra contro il resto di noi. […] L’orrore creato da uno Stato completamente sottomesso agli interessi economici della globalizzazione e del colonialismo. Lo Stato neoliberale messicano che ha voltato la schiena ai suoi obblighi e le sue responsabilità, arrendendosi alla logica, implacabile e letale, del massimo profitto.” In Messico, il semplice atto di camminare, di riappropriarsi del proprio spazio senza paura, è un atto di resistenza, ed è quello che spera di cominciare a fare Frida durante il mio viaggio. In Italia, ha iniziato a camminare per boschi e montagne, ma qua non ha mai avuto il coraggio di farlo.