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Fitz Roy: nella Patagonia più selvaggia

Testo e immagini di Lorenzo Cerri

Sono partito per la Patagonia a dicembre 2025 con un’idea chiara in testa e mille incognite nello zaino. Il sogno era quello di scalare il Fitz Roy o il Cerro Torre, lasciando che fossero le condizioni – come sempre da queste parti – a decidere per noi. La Patagonia non si conquista: si ascolta, si aspetta, si accetta. E io ero lì per questo.

Con me c’era Luca Sala, di Borca di Cadore. Condividiamo lo stesso modo di stare in montagna: poche parole, attenzione costante, fiducia reciproca. Nei primi giorni il meteo ha fatto quello che sa fare meglio da queste parti, cioè scompigliare i piani. Poi, finalmente, una finestra: quattro giorni puliti. Rari. Preziosi. Abbiamo capito subito che era il momento di scegliere, e la scelta è caduta sulla Supercanaleta, la linea storica che risale il Fitz Roy in modo diretto e logico, ma senza concedere nulla.

L’avvicinamento è stato lungo e ci ha impegnati per circa nove ore il primo giorno: un viaggio magnifico tra boschi di lengas e ghiacciai dolci, sul lato meno frequentato e non visibile dal paese di El Chaltén. Superato il Paso del Cuadrado, la percezione cambia nettamente: ci si sente lontani da tutto, immersi in un ambiente severo, dove il margine di errore è minimo e la cordata diventa l’unico vero punto di riferimento. Abbiamo bivaccato alla base della via, organizzando con cura materiale, tempi e strategie, consapevoli che da lì in poi tutto sarebbe dipeso solo da noi. 

A mezzanotte siamo partiti. All' una del secondo giorno eravamo già in movimento, immersi in una notte fredda, limpida, ideale per progredire velocemente. La prima parte della salita, circa 110 metri, l’abbiamo percorsa senza corda, su neve e ghiaccio ben consolidati. La scelta era chiara: muoverci rapidi per superare la parte più esposta della canaletta prima che l’aumento delle temperature potesse rendere instabile l’ambiente, riducendo al minimo l’esposizione ai pericoli oggettivi. 

La Supercanaleta è una linea evidente ma tutt’altro che semplice: ghiaccio a tratti sottile, neve inconsistente alternata a tratti duri, e un continuo lavoro di valutazione sulle condizioni. Ogni passo richiedeva attenzione, ogni colpo di picozza una conferma. Superata la parte centrale della canaleta, l’ambiente cambia: la pendenza resta sostenuta, ma entrano in gioco tratti di misto e sezioni di roccia che obbligano a rallentare.

Da quel punto abbiamo deciso di legarci, affrontando la parte superiore con maggiore metodo. La roccia del Fitz Roy è solida, ma l’orientamento non è mai banale: il sistema di diedri, fessure e rampe può facilmente confondere, soprattutto in un ambiente così vasto e verticale. Abbiamo alternato i tiri, cercando sempre la linea più logica, proteggendo dove necessario e mantenendo un ritmo costante, senza sprechi di energia. 

Durante la salita, tra un tiro e l’altro, ci siamo scambiati parole semplici, battute leggere, piccoli incoraggiamenti. In quei momenti la cordata diventa qualcosa di più di due persone legate da una corda: diventa una fiducia totale, un affidarsi reciproco che ti fa sentire esattamente dove devi essere. La stanchezza iniziava a farsi sentire, ma la testa restava lucida, concentrata solo sul passo successivo. 

La sera del secondo giorno, ormai molto provati, abbiamo deciso di fermarci a poca distanza dalla vetta. Abbiamo trovato riparo dietro un enorme blocco roccioso, che ci ha protetti dal vento patagonico e ci ha permesso di trascorrere un bivacco essenziale ma rigenerante. La quota, la fatica accumulata e la consapevolezza di essere così vicini all’obiettivo rendevano il sonno leggero, ma carico di aspettativa

Fitz Roy: nella Patagonia più selvaggia
Fitz Roy: nella Patagonia più selvaggia

Al mattino ci aspettava una sorpresa: il tratto finale, apparentemente facile, si è rivelato una lastra di ghiaccio durissimo. I ramponi, messi a dura prova dalla roccia del giorno precedente, non incidevano più come avremmo voluto. Questo ha trasformato gli ultimi metri in un passaggio delicato e impegnativo, dove precisione e calma erano fondamentali. Un finale “piccante”, come solo le grandi montagne sanno regalare. 

Quando abbiamo raggiunto la vetta del Fitz Roy, la felicità è stata piena ma composta. Nessuna urla, nessuna esultanza fuori luogo. Solo uno sguardo lungo, profondo, che racchiudeva fatica, rispetto e gratitudine. Ce l’avevamo fatta. 

La discesa lungo l’immensa parete Franco-Argentina non è stata meno impegnativa: una parete enorme, complessa, da interpretare con attenzione. Ma le condizioni erano buone e la concentrazione alta, e tutto è filato liscio. Il quarto giorno, dopo un bivacco rigenerante al Col de la Silla, siamo rientrati verso valle tra ghiacciai semplici e un trekking quasi distensivo, come un lento ritorno alla realtà. 

Questa salita è stata un concentrato di emozioni forti, amplificate dalla fraternità di cordata e dalla consapevolezza di trovarci su un itinerario dove non esiste la possibilità di richiedere un soccorso organizzato. Lì sei solo con il tuo compagno, con le tue scelte e con la montagna. Ed è proprio questo che rende tutto così vero. 

Un ringraziamento speciale va all’azienda AKU, che ha supportato questa avventura. Ho affrontato l’intera salita con ai piedi le Hayatsuki, il mio scarpone d’alta quota preferito: caldo, preciso, affidabile. In ambienti come questo, dove ogni dettaglio conta, sapere di potersi fidare dell’attrezzatura fa davvero la differenza. 

 

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