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    2.500 chilometri nel cuore della Mongolia

    Testo e immagini di Mattia Botturi Cavagnini

    Un viaggio tra steppe, montagne, deserto, famiglie nomadi e fotografia

    Quando siamo partiti per la Mongolia avevamo davanti sedici giorni, un fuoristrada, una guida e un itinerario che sulla carta sembrava già enorme. Quello che non sapevamo davvero era cosa avrebbe significato attraversare un Paese così.

    In sedici giorni abbiamo percorso circa 2.500 chilometri, passando attraverso paesaggi completamente diversi tra loro. Abbiamo guidato per ore senza incontrare praticamente nessuno, camminato tra montagne e vallate, attraversato il deserto del Gobi, dormito nei campi e nelle ger e trascorso del tempo con alcune famiglie nomadi.

    Una delle cose che ricordo di più, però, sono proprio le ore passate in macchina. All’inizio guardavamo continuamente fuori dal finestrino cercando qualcosa. Dopo qualche giorno abbiamo smesso di farlo. Guardavamo e basta.

    Ci fermavamo quando vedevamo una mandria di cavalli in lontananza, quando la luce diventava interessante o semplicemente quando un posto ci incuriosiva abbastanza da voler scendere.

    La Mongolia non è una destinazione. È una distanza.

    La prima cosa che colpisce arrivando in Mongolia è lo spazio.

    Per noi, abituati a vivere in posti dove ci sono continuamente strade, case, paesi e cartelli, è quasi difficile rendersi conto delle distanze. Ci sono momenti in cui guidi per ore e intorno continui a vedere soltanto erba, montagne e cielo. Anche parlare di “strade”, in molti casi, è abbastanza relativo. Spesso sono semplicemente tracce sulla terra che si dividono, si incrociano e a un certo punto spariscono.Il nostro fuoristrada procedeva lentamente su terra, pietre e sabbia e il paesaggio fuori continuava a cambiare. Una mandria di cavalli all’orizzonte, una famiglia nomade con i propri animali, una valle illuminata dal tramonto o, qualche giorno più tardi, una distesa di dune. È difficile abituarsi davvero a vedere così tanto spazio intorno a sé. 

    Camminare dove non ci sono sentieri

    Una delle cose che abbiamo apprezzato di più della Mongolia è stata la possibilità di muoverci senza dover necessariamente seguire un percorso. Molto spesso non c’era un sentiero vero e proprio. Sceglievamo semplicemente una direzione e iniziavamo a camminare. È successo quando volevamo raggiungere un punto panoramico, avvicinarci a degli animali oppure trovare una prospettiva diversa per una fotografia. Anche il terreno poteva cambiare nel giro di pochissimo: terra compatta, rocce, sabbia, erba alta, fango e piccoli corsi d’acqua. Alcuni tratti erano semplicissimi, altri richiedevano decisamente più attenzione.

    Ma è proprio questa imprevedibilità a rendere speciale l’esplorazione. Non sai mai cosa ci sarà dopo una collina. Non sai se dietro quella valle troverai un lago, una mandria di cavalli o semplicemente un'altra distesa infinita. E forse è proprio questo che ci ha fatto sentire davvero in viaggio. 

    Il deserto del Gobi

    L’arrivo nel Gobi è stato sicuramente uno dei momenti più attesi del viaggio.

    Prima di partire associavo inevitabilmente la parola deserto alla sabbia. Una volta arrivati lì ci siamo resi conto che il Gobi è molto più vario: rocce, terra, montagne, pianure e poi, improvvisamente, le dune. Camminare sulla sabbia è stato molto diverso da tutto quello che avevamo fatto nei giorni precedenti. Ogni passo affonda, il terreno continua a muoversi sotto i piedi e anche una salita che da sotto sembra piuttosto semplice diventa più lunga del previsto.

    Arrivati in cima, però, ci siamo fermati. Davanti avevamo quasi solamente sabbia e, molto più lontano, le montagne.

    Avevo la macchina fotografica con me, ma non c’era bisogno di correre da una parte all’altra alla ricerca di qualcosa da fotografare. La cosa più interessante era aspettare. Bastavano pochi minuti perché la luce cambiasse e lo stesso paesaggio assumesse un aspetto diverso. 

    Le montagne, i laghi e il silenzio

    Una delle cose che mi ha sorpreso di più della Mongolia è stata la varietà dei paesaggi.

    Durante il viaggio siamo passati dalle zone aride del Gobi al verde, alle montagne, alle vallate e ai laghi. Ci capitava di svegliarci circondati dall’erba e ritrovarci poche ore dopo in un ambiente completamente diverso.Non sapere esattamente cosa avremmo trovato durante la giornata era diventato normale. Poi c’era il silenzio.

    La sera, quando arrivavamo al campo, bastava allontanarsi di qualche metro dalla ger per non sentire quasi più niente. Nessun rumore costante in sottofondo. Soltanto il vento. Alcune sere siamo rimasti fuori a guardare il cielo senza fare molto altro. Ed è una delle poche cose di questo viaggio che, riguardando le fotografie, faccio ancora fatica a ritrovare davvero nelle immagini. 

    Le famiglie nomadi

    Se dovessi scegliere uno degli aspetti che più hanno segnato questo viaggio, probabilmente sceglierei gli incontri con le persone.

    Durante i sedici giorni abbiamo avuto la possibilità di conoscere alcune famiglie nomadi e trascorrere del tempo con loro. Entrare in una ger per la prima volta è particolare. Vista da fuori sembra una struttura estremamente semplice. Dentro trovi la stufa, il cibo, i tappeti, gli oggetti utilizzati tutti i giorni e una casa organizzata intorno a un modo di vivere molto diverso dal nostro. Gli animali sono ovunque e fanno parte della quotidianità delle famiglie: cavalli, capre, pecore, cammelli e cani. Anche fotografare le persone in un contesto del genere richiede un approccio diverso.

    Non avevo voglia di arrivare, fare una fotografia e andare via. Preferivo aspettare un po’, osservare quello che succedeva e lasciare che le persone si abituassero alla nostra presenza. Non parlavamo la stessa lingua e spesso non serviva nemmeno farlo. A volte bastava sorridere o mostrare sul display della macchina fotografica la foto che avevo appena scattato.

    Sono momenti molto semplici, ma sono anche quelli che ricordo più facilmente pensando al viaggio. 

    Quando la fotografia ti porta lontano

    Viaggiare con una macchina fotografica significa anche complicarsi un po’ la vita.

    Durante questo viaggio ci è successo continuamente di alzarci prima per trovare una luce migliore, allontanarci per cercare un’inquadratura oppure fermarci quando magari sarebbe stato più semplice continuare.

    In Mongolia la fotografia ci ha portato spesso fuori dall’itinerario vero e proprio.

    Cercavamo punti di vista, persone e situazioni che ci permettessero di raccontare il Paese non soltanto attraverso i suoi grandi paesaggi. E così, quasi senza rendercene conto, abbiamo camminato parecchio. Non abbiamo fatto necessariamente grandi trekking tutti i giorni. Molto più spesso erano piccole deviazioni: salire fino a un punto panoramico, seguire per un tratto una mandria di cavalli, avvicinarsi a una famiglia oppure camminare sulle dune aspettando che arrivasse la luce che stavamo cercando. Alla fine del viaggio ci siamo accorti di quanta strada avessimo fatto proprio in questo modo. 

    La vita sulla strada

    Dopo qualche giorno abbiamo anche smesso di fare troppo caso alle ore trascorse in macchina. Il fuoristrada era diventato parte della nostra quotidianità e passavamo buona parte delle giornate attraversando piste che, almeno ai nostri occhi, sembravano andare nel nulla.

    Poi alla fine arrivavamo sempre da qualche parte: un nuovo campo, una famiglia, una valle oppure semplicemente il posto in cui avremmo passato la notte.

    Naturalmente non è stato tutto perfetto. Ci sono state tante ore in macchina, il vento, il caldo, improvvisi momenti di freddo e soprattutto una quantità di polvere che dopo pochi giorni era praticamente ovunque: sui vestiti, sull’attrezzatura e dentro la macchina. Ci sono state anche giornate in cui eravamo stanchi e avremmo voluto fermarci prima. Poi magari compariva una mandria, arrivavamo in un posto che non ci aspettavamo o la luce cambiava completamente il paesaggio davanti a noi. Tiravamo fuori di nuovo le macchine fotografiche e ripartivamo.

    Alla fine rimangono i ricordi

    L’ultimo giorno, tornando verso Ulaanbaatar, abbiamo iniziato davvero a renderci conto che il viaggio stava finendo. Fuori dal finestrino continuavano a esserci montagne, pianure, mandrie e ger isolate. Erano gli stessi elementi che avevamo visto per giorni, ma ormai ci sembravano quasi familiari. Dopo circa 2.500 chilometri avevamo iniziato a capire meglio i ritmi di un viaggio del genere e, soprattutto, ad abituarci all’idea di non dover sempre arrivare da qualche parte il prima possibile.

    Anche le nostre AKU sono tornate a casa molto diverse da come erano partite. Erano coperte di polvere e portavano addosso i segni delle giornate trascorse tra sabbia, terra, rocce e fango. Ci hanno accompagnato per circa 2.500 chilometri attraverso la Mongolia, dal Gobi alle montagne e alle vallate, e ogni volta che lasciavamo il fuoristrada per continuare a piedi. Oggi, riguardando le fotografie di quelle settimane, ogni tanto compaiono anche loro. In alcune immagini sono in primo piano, nella maggior parte si vedono appena. Ed è probabilmente il modo più fedele per raccontare il ruolo che hanno avuto durante il viaggio: erano semplicemente lì, ogni giorno, insieme a noi.