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Yosemite: un'avventura che resta

Testo e immagini di Alessandra Prato

È in questi momenti di estrema vulnerabilità che i ricordi delle avventure più belle mi tengono su.
Mi ci aggrappo con forza e mi ripeto che vale la pena inseguire i propri sogni, anche quando comportano rischi, incertezze e conseguenze difficili da accettare.

Da ormai tre settimane mi muovo in sedia a rotelle, in seguito a un incidente di scalata: durante una caduta ho riportato la frattura di entrambi i piedi. E “vulnerabile” è esattamente come mi sento. Limitata nei movimenti, dipendente dagli altri, costretta a rallentare in un modo che non avevo scelto. Non posso andare dove vorrei, non posso distrarmi come farei di solito, non posso nemmeno allontanarmi facilmente dai miei pensieri.

E allora provo a concentrarmi su quelli più belli: sulle emozioni forti, sulle avventure piene di vita, su quei momenti che mi ricordano quanto sia profondo il mio bisogno di stare in montagna, di scalare, di sentirmi parte di qualcosa di grande.

La quotidianità, in questo momento, è complessa. È faticosa, mentalmente e fisicamente. Sto cercando di tenere alto il morale: tanti amici sono venuti a trovarmi e, se da un lato ricevere visite può essere stancante, dall’altro è bellissimo sentire tanta vicinanza. È bello sentire gli amici vicini, vedere quanto hanno da darmi e pensare che, anche se spero di non doverlo fare, naturalmente farei lo stesso per loro.

Ieri è passato Andre e insieme abbiamo ripercorso una di quelle avventure capaci di darmi motivazione proprio ora. Una di quelle che mi ricordano che, appena potrò tornare a camminare e a muovermi con autonomia, vorrò rimettermi in gioco in quello che amo fare: scalare in montagna.

Mi riferisco al Capitan, nello Yosemite National Park, che ho scalato a maggio insieme ad Andre.

Io e Andre ci siamo conosciuti qualche anno fa prendendo un biglietto per Taghia senza nemmeno sapere che faccia avessimo. Una di quelle scelte un po’ rischiose che piacciono a me, dagli esiti potenzialmente opposti, ma che in questo caso si è rivelata un grande successo. Ci siamo trovati benissimo a scalare insieme e abbiamo messo le basi per una cordata affiatata e, soprattutto, per un’amicizia molto profonda.

Non abbiamo scalato insieme moltissime altre volte: abitiamo lontani e lui ha una famiglia stupenda a cui dedica la maggior parte del tempo, quindi non ha molte occasioni per partire e andare in giro a scalare. Però per Yosemite ha fatto un grande sacrificio, perché anche lui sa quanto sia importante inseguire i sogni.

Ha dovuto districarsi tra impegni familiari e lavorativi per ben due volte a causa mia: a novembre, data inizialmente pianificata per il viaggio, non ho ottenuto il visto per un vecchio viaggio in Iran di cui ignoravo completamente le conseguenze.

Così la nostra occasione l’abbiamo giocata a maggio: una toccata e fuga a Yosemite. Non una vacanza, ma un piano estremamente ambizioso, dall’esito tutt’altro che scontato. Io e Andre volevamo scalare la via “Free Rider” su El Capitan, quel colosso di granito verticale che ti si staglia davanti appena entri nel parco e ti lascia senza fiato.

Una scelta in linea con noi: siamo entrambi ambiziosi e, tendenzialmente, siamo sempre pronti a rischiare.

Abbiamo deciso di imbarcarci in questa avventura senza alcuna esperienza pregressa su Big Wall, ma con una motivazione — e una testardaggine — esemplari.

I primi giorni sono stati un misto di adrenalina e tensione, in equilibrio precario. Non abbiamo fatto in tempo ad ambientarci davvero nel parco, un po’ perché avevamo i tempi molto stretti, un po’ perché non eravamo minimamente rilassati. Volevamo aumentare al massimo le probabilità di successo della nostra salita.

Per farlo studiavamo a menadito la relazione, osservavamo gli espertissimi scalatori americani mentre preparavano i loro sacconi da Big Wall, discutevamo ad alta voce strategie e manovre che non avevamo mai provato sul campo. Nel frattempo imprecavamo sotto il diluvio contro la macchina con la batteria rotta e, soprattutto, contro di me che avevo insistito per dormire in tenda al Camp 4 per la “full experience yosemitica”, scelta dettata ovviamente anche dal mio budget ridotto.

La tensione, per me, ha raggiunto l’apice quando siamo andati alla base delle corde fisse per provare a risalirle con il nostro saccone dal peso smisurato. È stato il momento della rivelazione.

Armati di jumar, scalette e tanta rassegnazione, cercavamo di capire come risalire più di due metri di corda all’ora, mentre incontravamo pro climber americani, espertissimi di scalata in artificiale, che ci guardavano con un misto di ammirazione e compassione, probabilmente chiedendosi dove pensassimo di andare.

Non avevamo nemmeno un portaledge, scelta di cui, tutto sommato, non mi pento: recuperare anche solo un saccone così pesante era già sufficientemente complesso.

Un po’ preoccupati, ma estremamente determinati, ci siamo concessi come unico acclimatamento i primi dieci tiri della via, al termine dei quali ci sono le prime cenge da bivacco. I tiri erano impegnativi ma spettacolari, e io mi sentivo incredibilmente bene. Abbiamo lasciato un po’ di acqua e materiale sulla cengia e ci siamo calati dalle fisse, pregustandoci l’unico giorno di riposo prima della grande avventura.

L’indomani è iniziato il vero viaggio verticale. Dopo la lenta e faticosa risalita delle corde con i nostri sacconi, abbiamo preparato i primi tiri per il giorno seguente e passato la prima notte in cengia, godendoci la prima di cinque stellate incredibili in parete.

Il nostro obiettivo era scalare la via il più possibile in libera, ma senza riprovare i tiri in caso di caduta o resting: non avevamo tempo da perdere. E non potevamo dormire dove volevamo, non avendo il portaledge. Dovevamo raggiungere le cenge, ma non potevamo nemmeno superarle. Avevamo una tabella di marcia da rispettare in modo piuttosto serrato.

La via era difficile. Lo stile di arrampicata era diverso da quello a cui siamo abituati e, per quanto mi fossi allenata nei mesi precedenti a scalare in fessura, era comunque tutto nuovo, tecnico ed esigente.

L’ambiente, però, era straordinario. La roccia meravigliosa e, quasi miracolosamente, non abbiamo incontrato quasi nessuno lungo il nostro percorso.

Ci sono momenti che non dimenticherò mai: i camini ostici, le fessure da sogno, le cenge sospese. Le cene liofilizzate, la prima volta con il nostro “poop tube” artigianale, il canadese incontrato lungo la via mentre provava la salita in solitaria, i sacconi che si incastravano e le imprecazioni che ne seguivano.

E poi l’altalena sospesa dopo l’Enduro Corner. Le incitazioni di Andre mentre lottavo nelle offwidth. L’ultima minuscola cengia da bivacco, su cui abbiamo dormito seduti, stretti l’uno all’altra, con il vuoto sotto di noi.

Ma soprattutto non dimenticherò la complicità e il sostegno reciproco tra me e Andre. Quando uno dei due era stanco, l’altro lo capiva subito e, in qualche modo, diventava forte per entrambi.

Il ricordo più bello resta il momento in cui siamo usciti in vetta e abbiamo visto il famosissimo alberello sulla cima di El Capitan, quello che fino ad allora avevamo visto solo nei video.

Abbiamo urlato e pianto di gioia con tutte le energie che ci erano rimaste. Abbiamo passato l’ultima sera e l’ultima notte in cima, a festeggiare come se fossimo in Paradiso, a ripeterci che, anche se quella via è stata ripetuta da molti, anche in libera e in poco tempo, anche noi, dopotutto, eravamo stati bravi.

Ridendo e scherzando, ancora ignari dell’interminabile discesa che ci aspettava, pregustavamo tutti i piccoli piaceri della vita di cui ci saremmo goduti l’ultimo giorno nel parco: una doccia, una bistecca, una passeggiata, un bagno al lago. Ci sembrava il massimo del lusso.

E, tutto sommato, quei piccoli piaceri sono gli stessi che desidero anche adesso, dalla mia posizione temporaneamente immobile sul divano: una passeggiata fatta con le mie gambe, un gelato in una gelateria raggiunta in autonomia, un bagno al lago.

La vita, in questi ultimi anni, mi ha insegnato a ridimensionare tutto. A essere malleabile, resiliente, capace di riadattarmi alle situazioni e agli imprevisti.

Un giorno sogni El Capitan, il giorno dopo sogni di poter andare dal divano alla cucina da sola. Ogni sogno è valido, vivido e merita determinazione.

Grazie Andre, non avrei voluto nessun altro al mio fianco in questa avventura.

Alessandra Prato

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