TESTO DI IVAN PERI
Quando Sergio (Sergio Pezzoli n.d.r.) a tarda estate mi ha proposto la salita al Monte Ararat, non ho potuto far altro che accettare senza riserve. Un nome che evoca eventi ed atmosfere bibliche come l’Ararat non poteva lasciarmi indifferente. In realtà, a parte le reminiscenze da ragazzino ascoltate al catechismo, a fatica lo collocavo con precisione sulla carta geografica.
Estremo oriente dell’altipiano turco, a pochissimi chilometri dal confine con l’Iran ed a una trentina di km dal confine Armeno. Il nome Ararat è infatti in lingua armena e proviene dalla Bibbia, mentre in turco viene chiamato Agri Dagi (montagna del dolore). L’ambiente circostante è arido, tipico del medio oriente, a tratti quasi desertico. La montagna è grande, imponente ed elegante; svetta e caratterizza tutto l’altipiano che domina con la sua bianca calotta sommitale, un ghiacciaio bello ed insolito in un ambiente desertico. Lascio a Sergio tutta l’organizzazione del viaggio, c’è da fidarsi a occhi chiusi della sua meticolosità, io a fatica sono riuscito a ritagliarmi questi sei giorni per un viaggio lampo.
Sbarcati dall’aereo ci siamo subito immersi nella nostra avventura, trasferimento a Dogubeyazit dove dormiamo e la mattina seguente subito in jeep alle pendici del Monte Ararat per raggiungere a piedi il Campo 1. Fa caldo, partiamo entusiasti e con calzature leggere, io con le mie collaudate e azzurrisime Rocket DFS GTX, comode ma sicure sul terreno misto di terra arsa e rocce laviche scure e levigate. Il campo è piuttosto deserto, siamo oramai alla fine della stagione, in gran parte è già stato smantellato. L’atmosfera è particolare, un misto di abbandono e disordine; purtroppo la pulizia non è la norma da queste parti, i rifiuti si trovano sovente sparsi nei paraggi. Gran parte delle tende sono già smontate, rimangono solo degli scheletri: tubolari in ferro allineati più o meno in file ordinate e piccoli box un po ' improvvisati che servono da bagno… Il campo è esteso su una sponda soliva ai piedi della cima, sempre ben visibile con il suo bianco candore. In giro vediamo solo pochi lavoratori del posto intenti ad armeggiare senza una grande logica tra una pausa sigaretta e l’altra. Verso sera prima che le luci rosa e rossastre del tramonto si accendano vediamo gli unici due gruppetti di escursionisti che scendono dal Campo 2. La nostra tenda cucina rispecchia l’atmosfera di fine stagione, qui c’è solo il cuoco e la nostra guida oltre a due dei ragazzi che erano al lavoro nel campo. Immaginiamo e ci auguriamo che comunque durante la stagione le cose siano un pò più organizzate, pulite e ordinate ma non ne siamo così sicuri. A noi comunque non importa, siamo qui solo ed esclusivamente per goderci la salita e questo inconsueto vuoto ci fa solo piacere. Sergio ed io veniamo da una stagione passata in mezzo alla gente, abbiamo bisogno di “staccare”. Con molte difficoltà nel comunicare con la nostra guida che non parla una parola di inglese intuiamo che il meteo purtroppo non promette bene per dopodomani, il giorno programmato per la vetta. Sappiamo che è un pò azzardato chiedere di farla domani, già abbiamo accorciato al limite le giornate per salire questa cima che solitamente viene organizzata durante più giornate, salendo e scendendo i campi per acclimatarsi, ma noi abbiamo solo quest’occasione e comunque ci sentiamo bene, un pò di esperienza in quota l’abbiamo e quindi fiduciosi chiediamo se non possiamo puntare già domani alla cima e rientrare a Campo 2 per la notte. Ci viene concesso e così alziamo gli occhi e siamo già proiettati ai 1800 metri di ripida salita che domani ci porteranno in vetta.
Partiamo la mattina carichi ed entusiasti dopo una fredda notte in tenda, la salita si inerpica via via facendosi sempre più ripida, il cammino è sempre più o meno uniforme ma la vista man mano che si sale è sempre più ampia ed emozionante. Arriviamo al Campo 2, siamo già a 4200 metri, ci infiliamo i vestiti invernali e poi calziamo con soddisfazione e curiosità i nostri nuovi Croda DFS GTX. Non li avevo ancora provati ma oramai so per esperienza che la calzata è subito comoda e si adatta, confortevole, alla forma del piede. Sono leggere, ideali su questo terreno tecnico con pietroni lavici che ricoprono quasi completamente il terreno, ma sono anche solide e sicure per le caviglie. Croda DFS GTX ci serviranno soprattutto per la parte finale verso la cima quando useremo i ramponi. Saliamo accorciando il passo rispetto a questa mattina: la quota si fa sentire ed il fiato è più corto. Quando finalmente è tempo di mettere i piedi sul ghiaccio, il nostro elemento preferito, il vento freddo spinge forte. Non ci perdiamo in pause o chiacchiere se non per qualche foto al ghiacciaio che scende dalla cima e a una sua lingua oramai sommersa da detriti: siamo sul versante sud ed è purtroppo evidente anche qui la perdita di spessore, movimento e vigore del ghiacciaio.
Mentre proseguiamo senza tante parole verso la vetta una nube comincia ad avvolgerla e quando finalmente arriviamo sulla cima purtroppo possiamo godere solo a brevi tratti del panorama strabiliante che offre nelle giornate serene questo gigantesco monolite in mezzo ad un altopiano arido. Vorremo fermarci ma il vento ci congela e il cielo non farà che annuvolarsi oltre con il prosieguo dei minuti… Quindi qualche foto di rito e poi giriamo i tacchi e pieni di soddisfazione ci riavviamo giù fin dove il vento cala il suo impeto. La discesa è veloce e la passiamo con il sorriso per la bella salita in un ambiente così diverso da quelli abituali delle Alpi ma anche per la calma, pace e solitudine di questo luogo. Di fatto siamo stati soli tutto il giorno, abbiamo incontrato solo a tarda mattinata un piccolo gruppo di 5 persone che rientrava. Camminiamo silenziosi, ognuno perso nei propri pensieri, via via più stanchi ma sempre più soddisfatti per essere riusciti nel nostro intento.
Arriviamo al Campo 2 un pò provati, proviamo senza grande successo a mangiare qualcosa. Qui al Campo non è rimasto nessuno e verso le 17 e 30 ci infiliamo già nel sacco a pelo nell’unica tenda rimasta, più per riposare che per dormire. Di dormire non c’è stato verso: il vento forte, la quota e la fatica, la testa pesante che pulsava.
La mattina siamo comunque di buon umore, ci aspetta una giornata di relax e riposo a Campo 1 in quell’atmosfera surreale del campo deserto. Infatti siamo soli insieme con 5 turchi che lavorano. Ci fanno pranzare con loro lì all’aperto a fianco di quella che dovrebbe essere una delle cucine, un rudere costruito con pietre, legni e teli. Hanno cucinato pollo grigliato e qualche verdura su un fuoco improvvisato lì sul terreno: è tutto semplice e genuino, probabilmente non potrebbe essere meglio per noi due. Con il Campo pieno di gente non ce lo saremmo goduta così tanto! Riposiamo, facciamo asciugare e sistemiamo le nostre cose per la partenza di domani. Scattiamo qualche foto alle aquile e agli avvoltoi che spesso termicano qui sulla sponda dell’Ararat e aspettiamo i magici colori del tramonto. Poco dopo il calar della luce il grosso pastore del Caucaso che gironzolava durante il giorno per il campo comincia ad abbagliare rabbioso e senza sosta ai lupi e agli altri animali che popolano i dintorni e non smette fino all’alba.
La mattina l’atmosfera è magica, a me pare un po ' il far west: il panorama con i suoi colori caldi e aridi, le distese che spianano oltre i pendii del monte Ararat infondono calma e distendono la mente. Ho goduto ogni passo polveroso di questo rientro, pochi particolari danno carattere ad ogni sguardo: cavalli liberi, piccole piante con le foglie spinose, muretti di pietre laviche create credo dai pastori per la sosta di capre e pecore… a me sembra tutto bellissimo prima di tornare nel caotico mondo degli uomini giù nella disordinata città di Dogubeyazit.
Sono stati 4 giorni intensi e diversi, quasi surreali. Un posto unico, una montagna mitica che svetta dall’altipiano per più di 3600 metri, una delle prominenze più elevate tra le montagne del mondo, per arrivare oltre i 5100 metri dove il ghiaccio trova posto in mezzo al deserto.
Grazie ad AKU per le calzature, sempre efficaci, comode ed affidabili e al mio socio Sergio per avermi proposto questa bella avventura.
Ambassador AKU Ivan Peri
