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Sotto le stelle del Citlaltépetl: un viaggio tra vulcani e libertà in Messico

Testo e immagini di Jacob Balzani Lööv

Non mi sono mai sentito così solo. Sono le quattro del mattino e la neve scricchiola dura sotto le punte dei ramponi. Chissà dov’è fuggita anche la luna; fortuna che ne porto sempre un po’ con me, come nella poesia del chiapaneco Jaime Sabines:

“[…] Un pedazo de luna en el bolsillo
es mejor amuleto que la pata de conejo:
sirve para encontrar a quien se ama,
para ser rico sin que lo sepa nadie […]”


“[…] Un pezzo di luna in tasca
è un amuleto migliore della zampa di coniglio:
serve per trovare chi si ama,
per essere ricco senza che nessuno lo sappia […]”

Lampi lontani alleviano l’oscurità. È normale, su montagne così alte e isolate, vedere
temporali distanti, ma fa crescere un po’ la tensione. D’altronde, è appena cominciata la
stagione degli uragani. Accelero un po’ il passo e mi ritrovo in vetta prima del dovuto: è ancora notte. Sono sul punto più alto del Messico, a 5636 metri, il Citlaltépetl, la montagna delle stelle nella lingua degli Aztechi. Cerco di alleviare la solitudine pensando che magari sarebbe arrivato qualcun altro. Provo a guardare verso il versante opposto, verso i pendii della via normale, magari qualche frontale, e invece niente. Nessuno dei numerosi statunitensi che vengono qua ad acclimatarsi prima di conquistare vette più alte. Mille metri più in basso, la piccola luce del Grande Telescopio Millimetrico, impegnato a fare foto di buchi neri, vecchie ancora prima di essere scattate. Passo più di un’ora camminando avanti e indietro sul cratere, con la paura che le raffiche di vento mi facciano scivolare in quel posto infernale che lentamente si tinge di mille colori. Finalmente arriva il sole e l’ombra del vulcano, perfettamente triangolare, si allunga in un attimo sull’altipiano. Mi scaldo mentre scendo verso il rifugio dove mi aspetta Frida. Dalla gioia che provo nel rivedere un altro essere umano, forse la luna che cercavo in cielo non era nella mia tasca; forse, sulla luna, ci sono stato davvero. Ci abbracciamo.

Frida è una mia grande amica e la ragione per cui ho attraversato l’Oceano. Ci siamo
conosciuti in Italia, dove ha finito architettura e dove ha lavorato per un po’ di anni prima di decidere di tornare a Xalapa, la città dov’è cresciuta, nello stato di Veracruz, famosa per aver dato il nome a un particolare tipo di peperoncini inscatolati e venduti sottaceto, gli jalapeños. È stato l’amore di Frida verso la sua terra e i suoi abitanti ad incuriosirmi: un
amore non facile da comprendere, perché il Messico, dietro paesaggi splendidi, nasconde anche una violenza estrema.

I messicani hanno paura ad andare in giro da soli perché, letteralmente, scompaiono. Dal 2006, quando il presidente Felipe Calderón ha fatto scendere in campo l’esercito contro i cartelli della droga, sono scomparse più di 128.000 persone, di cui 14.000—pressapoco gli abitanti del mio paese sul Lago Maggiore— solamente nel 2025. Secondo la scrittrice Cristina Rivera Garza, il nome di "Guerra alla droga" è fuorviante: la violenza nasce da decenni di erosione dei diritti di chi lavora e di chi coltiva la terra. Si dovrebbe chiamare “la guerra contro gli abitanti del Messico, la guerra contro le donne, la guerra contro il resto di noi. […] L’orrore creato da uno Stato completamente sottomesso agli interessi economici della globalizzazione e del colonialismo. Lo Stato neoliberale messicano che ha voltato la schiena ai suoi obblighi e le sue responsabilità, arrendendosi alla logica, implacabile e letale, del massimo profitto.” In Messico, il semplice atto di camminare, di riappropriarsi del proprio spazio senza paura, è un atto di resistenza, ed è quello che spera di cominciare a fare Frida durante il mio viaggio. In Italia, ha iniziato a camminare per boschi e montagne, ma qua non ha mai avuto il coraggio di farlo.

Andando verso Xalapa, mi accorgo che la terra è viva. Il paesaggio del centro del Messico è definito dall’articolato incontro della placca nordamericana con frammenti di placche oceaniche: sono nati migliaia di vulcani, di cui una quarantina attivi. Il paesaggio è un susseguirsi di piccoli vulcani inframmezzati da campi, cactus e lagune vulcaniche. È qua che si sono insediati gli Aztechi e, quando l’enciclopedico Alexander von Humboldt ha salito il Nevado de Toluca nel 1803, probabilmente non è stato il primo, vista la quantità di oggetti cerimoniali e preziosi trovati nei laghi del cratere. Nel Palazzo delle Belle Arti di Città del Messico c’è un bellissimo sipario di vetro che rappresenta i due vulcani Popocatépetl e Iztaccíhuatl, forse il paesaggio più amato dai messicani. Il primo si traduce come "la montagna che fuma" perché attivo da tempi immemori, mentre il secondo come "la dama bianca": sono gli eroi di una tragica storia d’amore azteca, trasformati in pietra dalle divinità. Il sipario, degli inizi del Novecento, è ispirato ai disegni di Gerardo Murillo, meglio conosciuto come Dottor Atl (acqua in azteco), che durante la sua vita ne ha disegnati più di diecimila. È al Dottor Atl che è venuta l’idea che, per portare l’arte alle masse, bisognasse rappresentarla sugli edifici. Dopo la rivoluzione messicana, divenne ministro della cultura e mentore dei tre grandi muralisti: Diego Rivera, José Clemente Orozco e David Alfaro Siqueiros. Insoddisfatto della piega a sinistra dei suoi protetti, diventò accanito sostenitore del nazifascismo per poi, fortunatamente, abbandonare la politica e tornare al suo vero amore: lo studio dei vulcani. Il Dr. Atl visse due anni sulle pendici (e perfino nel cratere) del Popocatépetl e, quando nel campo di un agricoltore nacque un piccolo vulcano, il Paricutín, si trasferì a vivere nei pressi per scrivere "Come nasce e cresce un vulcano", un piacevole diario illustrato del suo primo decennio di vita.

Per giorni vengo accudito dalla famiglia di Frida e anche se potrei dilungarmi sulle mie
eccitanti scoperte culinarie, mi soffermerò solo sulle prime due che mi sono rimaste nel
cuore: il Mamey, un frutto dalla forma simile ad un avocado ma dalla polpa rossa e
terribilmente dolce e la semplice Quesadilla, nata dall’incontro di una tortilla di mais e del
formaggio fuso. Per sfuggire alla sovralimentazione decidiamo di raggiungere il vulcano che sovrasta Xalapa: il Cofre de Perote (4282 m). Quando si riesce a sfuggire al traffico della città, si scopre che la densità di popolazione del Messico è tre volte inferiore alla nostra e, completamente soli, camminiamo tutta la mattina tra magnifici boschi, ansimando per la quota. Come può essere pericoloso un luogo tanto splendido? Il rischio più grande è mangiare un panino assorbendo un’inquantificabile dose di onde elettromagnetiche. La vetta infatti è stata ricoperta di antenne e ripetitori. La fotografo, tendendo fede alla teoria secondo cui quando qualcosa è esageratamente brutto, diventa bello. Per perdere tutto l’acclimamento conquistato a fatica, giriamo per gli stati di Chiapas e Oaxaca, dove vengo introdotto alla cultura del Mezcal, una specie di whisky fatto con l’agave, per poi tornare sull’altipiano, dove riaffiora la voglia di salire vulcani. Mancano pochi giorni ormai e quelli di bel tempo sono sempre più rari. Elaboriamo un fantastico piano di acclimatamento e ci ritroviamo ai piedi della Malinche che prende il nome dalla discussa interprete e amante di Hernán Cortés. Mentre discutiamo del suo ruolo nella conquista del Messico, accompagnati da simpatici cani, arriviamo ai 4420 m della cima. Mi domando se la fatica di accompagnarci fin lassù sia compensata dalle calorie del poco cibo che abbiamo condiviso con loro. Probabilmente no.

Dopo una piacevole nottata in tenda ci mettiamo alla guida verso il Citlaltépetl dove la lunga strada pavimentata ci lascia parcheggiare a quattromila metri di quota. Anche qua nessuno, pensiamo mentre saliamo a passo di lumaca fino al rifugio. Noodles, poche ore di sonno e sono in cima. Frida non è venuta su con me, in parte per l’aria sottile e in parte perché non ha ancora abbastanza esperienza ma dice che un giorno ci arriverà. Mentre scendiamo verso la macchina le chiedo se ora ha un po’ meno paura di camminare sulle sue montagne, “non è che ne abbia di meno,” -risponde, “ma mi hai aiutato a rompere una barriera accompagnandomi in quella paura e ora spero di poter riuscire a vivere le mie montagne anche quando sarai partito.” Mi commuove pensare che un semplice gesto, come il bello e fragile atto di camminare possa essere servito ad aiutare Frida: la libertà che abbiamo in Europa di esplorare boschi e montagne, senza pensieri, è un bene prezioso e per nulla scontato.


Percorsi:


Cofre de Perote (4282m) dal villaggio di Tembladeras, 1200m+
La Malinche (4420m) dal Centro Vacacional IMSS Malintzi 1400m+
Citlaltépetl o Pico de Orizaba (5636m) da Atzitzintla / Cara Sur

Giorno 1: Parcheggio-Rifugio Gomar 800m+
Giorno 2: Rifugio Gomar - Citlaltépetl 800m+


Note: È facile trovare in rete descrizioni accurate e tracce di questi itinerari. La partenza di questi percorsi si può raggiungere con una normale macchina. Rifornirsi sempre di acqua prima della partenza in quanto le sorgenti d’acqua sono generalmente inesistenti, in particolare per il rifugio non custodito Gomar dove è consigliato avere anche avere un
fornello. Gli itinerari sono EE (Escursionisti Esperti) tranne il secondo giorno della salita al
Citlaltépetl, di grado PD che richiede una valutazione del pericolo della neve ed è
sconsigliato in caso di alta frequentazione per caduta pietre (nel caso è molto più sicura la normale sul lato Nord).


Scarpe:

durante il viaggio, al mare, in città, nella giungla e per i vulcani più bassi ho utilizzato
le scarpe Flyrock GTX mentre per affrontare la sabbia lavica e la neve del Citlaltépetl le
Croda GTX.

Jacob Balzani Lööv

Jacob Balzani Lööv è un fotografo italo-svedese ossessionato da storie di persone intimamente legate a un luogo particolare. Sebbene appassionato di outdoor il focus principale di Jacob è quello della fotografia documentaria, lavoro che lo porta in differenti ambienti, non solo naturali, ma spesso in quei teatri di scontri dove sono in corso vicende umane di portata mondiale.

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